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Keron DeShields: «Se c'è bisogno che io faccia qualcosa, lo faccio»

foto: Sonia Simoneschi foto: Sonia Simoneschi

La stagione da rookie di Keron DeShields con la maglia della Latina Basket sta andando nel migliore dei modi. Dopo dodici giornate, l’ex Tennessee State è il miglior realizzatore dei nerazzurri (17.4 punti a partita), tirando dal campo e dalla lunetta più di chiunque altro nella squadra, con percentuali discrete (42.6% e 80%). Nonostante la non elevatissima statura, fa sentire il proprio contributo a rimbalzo (4.8) ed è il secondo miglior uomo-assist (3.4) della Benacquista, appena dietro a Roberto Rullo.

Poi c’è tutto ciò che non risulta nelle statistiche, cose che rendono Keron il giocatore e la persona che è. C’è la scrupolosità con la quale lavora per migliorarsi, con intensità e attenzione sempre presenti in allenamento – e magari può anche capitare di vederlo trattenere coach Gramenzi per una ventina (abbondante) di minuti a fine seduta, facendo domande su domande e ascoltando con la faccia di chi non vuole perdere mezza parola di ciò che gli viene spiegato. Ci sono i modi diretti, schietti e conditi da grandi sorrisi quando si rivolge, fuori dal campo, ai suoi compagni. Poi c’è quel sorriso che scompare per lasciar spazio alla concentrazione quando è tempo di scendere sul parquet. Due occhi fissi sull’obiettivo, che lo illuminano e scacciano via il superfluo. Uno sguardo che, infine, diventa simile a quello di un predatore quando la partita si fa tosta. Poco importa se si tratti di andare a caccia del canestro o di un avversario da marcare: quello sguardo è sempre lì, identico, immancabile ai limiti del proverbiale. Ne sa qualcosa la Viola Reggio Calabria, venuta qui a Latina a condurre la partita per 31 minuti prima di cadere sotto i colpi di DeShields, autore di una striscia personale impressionante nonché della tripla che ha fissato il punteggio sul 93-90 finale.

Contro Reggio Calabria hai segnato 30 punti di cui 21 negli ultimi 11 minuti: è la prima volta che ti capita un’ultima parte di match così?

No, non è la prima volta. È già successo al mio terzo anno di college, con Montana contro Portland State, ne feci 14 o 16 nello stesso modo. È qualcosa che faccio solo quando sono con le spalle al muro, altrimenti non ho quel tipo di aggressività durante la partita. Ho sentito che la squadra aveva bisogno di me e quindi ho fatto la mia parte. Se c’è bisogno che io faccia qualcosa, che sia segnare, passare o difendere, lo faccio.

Nella prima parte di stagione stavate facendo un po’ fatica ma ora sembrate un’altra squadra. Cos’è cambiato di preciso?

Siamo una squadra molto giovane. Credo che avessimo bisogno di conoscerci gli uni con gli altri. Rullo, uno dei nostri migliori giocatori, è stato fuori per tutta la preseason e quando è tornato ci siamo dovuti adattare a lui. La squadra poi ha continuato a fare aggiustamenti su aggiustamenti. Ho sempre detto ai miei compagni che avremmo toccato il picco e avremmo visto chi siamo veramente al momento giusto. Questo è ciò che conta di più. Adesso abbiamo voltato pagina, giochiamo duro, con intensità e di squadra. Inoltre, ci vogliamo bene. È una cosa bella da vedere: all’inizio non avevamo quel tipo d’intesa perché non ci conoscevamo fra di noi, poi col tempo abbiamo cominciato a conoscerci bene, anche fuori dal campo.

Ora è un legame un po’ più simile a quello che si ha coi compagni al college…

Sì, esattamente.

(Un paio di minuti dopo passerà di lì Andrea Pastore per rivolgere una sonora pernacchia in faccia a Keron, il quale poi, ridendo, dirà rivolto all’intervistatore: “Hai visto? È come al college.”)

Durante il tuo ultimo anno in NCAA, a Tennessee State, giocavi più da guardia mentre qui copri sia lo spot 1 che il 2. Come ti trovi nell’interpretare due ruoli?

Durante i miei primi tre anni di college, a Montana, giocavo soprattutto da playmaker. Ho giocato in quel ruolo per tutta la mia carriera ma a Tennessee State il coach si rese conto che ero bravo a segnare e mi disse: “Non preoccuparti, da professionista ti faranno giocare da play ma qui, adesso, abbiamo bisogno che tu faccia canestro”. Quindi qui, ora, mi sento a mio agio, sono abituato.

Come cambia il tuo approccio alla partita nel passare da un ruolo all’altro?

Quando gioco da play, penso di più e mi concentro molto sulla difesa: voglio giocare sempre contro l’avversario più forte. Di solito gli americani che vengono qui pensano solo a segnare ma io voglio confrontarmi coi migliori, voglio che ci si marchi a vicenda per vedere chi è il più forte. Quando gioco da guardia, sono più aggressivo e cerco di segnare perché è ciò che il coach mi chiede in quel momento. A lui sta bene che io cambi da un ruolo all’altro e per me è la stessa cosa.

Anche se non sei particolarmente alto, hai un ottimo gioco in post basso. Dove l’hai imparato? Al college o ancora prima?

Quando da ragazzino giocavo al Bentalou Recreation Center per mio cugino, Coach Stink, facevo il 5: è lì che ho imparato a giocare spalle a canestro. Crescendo, è una cosa che è rimasta con me.

Cos’è cambiato per te nella transizione da giocatore di college a professionista, qui, con Gramenzi?

Sarò completamente onesto: lui è come un coach americano, è un rapporto di amore-odio. Lo adoro, da morire, dentro e fuori dal campo, ma certe volte lo odio anche, e viceversa. È la semplice verità. Ha reso molto facile la mia transizione, gli importa davvero di me e non solo sul campo, ma anche fuori.

C’è qualcosa del giocare al college che adesso, da professionista, ti manca o che comunque apprezzi maggiormente ora che non c’è più?

Avere zero preoccupazioni. L’unica cosa di cui mi sono dovuto preoccupare a un certo punto è stato mio figlio quando è nato, ma prima nulla. Giocavo a basket, frequentavo le lezioni, mi davano da mangiare e facevano tutto per me. Adesso ho le bollette da pagare. Sono un uomo ora. Questa è l’unica cosa che è cambiata veramente.

Questo è il tuo primo anno all’estero: com’è stato adattarsi fra cose come la lontananza dalla famiglia e l’avere a che fare con una lingua straniera?

Questa è una domanda tosta. Ci sono alti e bassi. È stato difficile ma, allo stesso tempo, non lo è stato. Appena sono arrivato qui, sono stato accolto benissimo. Donatella [Schirra, addetto stampa Latina Basket, NdR] venne subito a dirmi quanto tutti fossero entusiasti del mio arrivo. E anch’io lo ero. Tutti quanti nello staff mi hanno dato il benvenuto e aperto le porte sin dal primo giorno, coach Franco [Gramenzi] e Peppe [Di Manno], Dorde [Kozul] e Pio [Manduano]. Non so cosa mi riserverà il futuro ma spero che il resto della mia carriera sia come il mio primo anno qui.

Il tuo background, la città da cui provieni, pesa in qualche modo sul tuo modo di stare in campo?

Mia madre mi ucciderebbe se mi sentisse dire quanto sia dura vivere a Baltimora e cose così, ma è la verità: lo so io e lo sa anche lei. Ti fa diventare uomo. Ma mi danneggia, qualche volta. Quando uno mi vede in campo, può pensare che io sia pazzo o qualcosa del genere, coi miei tatuaggi, eccetera. Ma io sono solo una persona genuina. La mia città ha una cattiva reputazione: io voglio cambiarla. Non voglio che la gente si faccia spaventare per via del posto da cui vengo. Sì, ho visto un bel po’ di cose folli ma non voglio che la gente pensi a Baltimora soltanto come a quella che si vede in “The Wire”. Non va bene. La percezione è realtà: per questo non voglio che la gente mi veda giocare con intensità e pensare automaticamente “oh, questo è matto”.

Ultima domanda: come giocatore, quali sono i tuoi obiettivi nel breve e nel lungo termine?

A essere onesto, non mi piace parlare dei miei obiettivi a breve e lungo termine. Dio ti dice di stare attento a chi confidi i tuoi obiettivi. Nulla di personale, ma quello che sto dicendo qui girerà e c’è gente che prega affinché tu cada, fallisca. Mi piace tenere i miei obiettivi per me e godermeli dopo, quando si avverano.

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